Il marchese Ridolfi, l'ingegner Nervi e lo stadio di Firenze

Il primo capolavoro di Nervi, lo stadio di Firenze, compie oggi ottant'anni. Inaugurato con la gara tra Fiorentina e Admira Vienna il 13 settembre 1931, aveva visto soltanto nel maggio precedente il disarmo della rivoluzionaria pensilina in cemento armato della tribuna d'onore. Negli anni precedenti, la crescente popolarità della Fiorentina, l'interesse per la quale aumentava inarrestabilmente gara dopo gara, portò a considerare la dirigenza viola che il familiare campo di via Bellini, lo stadio della PGF Libertas, costruito nel 1922 dall’impresa edile di Callisto Pontello, capace di oltre diecimila spettatori, fosse inadeguato alle esigenze calcistiche cittadine. Ridolfi, prima ancora di fondare la società, aveva creduto necessaria la costruzione di un grande impianto polifunzionale che aprisse finalmente i polmoni all’asfittica realtà sportiva cittadina. Con il 1930 l’esigenza era evidente a tutti: il calcio fiorentino era cresciuto all’improvviso, come succede a certi adolescenti che nel volgere di pochi mesi si ritrovano uomini fatti con tanto di barba.

 


Studio Nervi & Bartoli, Planimetria dello stadio Berta, 30 maggio 1932. L'elaborato fissa le diverse fasi costruttive delle gradinate e l'organizzazione del cantiere, con il calcolo della mano d'opera necessaria, la quantita di legname per le casseforme, la produzione giornaliera di lavoro in termini di getti, casseforme e messa in opera dei ferri


Firenze aveva bisogno di un grande stadio, ma rispondere a tale necessità non era affatto semplice.  Tra gli sportivi si era aperto il solito dibattito carico di scetticismo; era tutto un discutere e vagliare ipotesi ricolme di confuse proposte. Nella generale inconsistenza, qualcuno, il presidente Ridolfi, cercava col suo energico spirito pratico la più concreta soluzione del problema. Il nodo fu sciolto in un tempo eccezionalmente breve ed altrettanto velocemente sorse il nuovo stadio nel Campo di Marte: così bello, sobrio e svelto nell’equilibrio delle linee concepite dall’ingegner Pier Luigi Nervi.

 

                 
Lugi Ridolfi Vay da Verrazzano                                               Pier Luigi Nervi

 

Ancora una volta, dopo avergli commissionato l’impianto della ‘Giglio Rosso’ nel viale Michelangelo, Ridolfi era ricorso al geniale progettista di Sondrio, già reputato un’autorità in fatto di strutture in cemento armato. Il famoso ‘mago’ del Wunderteam austriaco Ugo Meisl definì l’intervento architettonico di Nervi con lusinghiere parole: “Il migliore stadio del mondo sia dal punto di vista strettamente estetico che da quello della funzionalità delle sue attrezzature sportive e della comodità per il pubblico: un’opera all’altezza di Firenze”. Insomma la costruzione fu unanimemente riconosciuta come un capolavoro dell’architettura moderna e la Fiorentina poté presentarsi per la prima volta alla seria A con un campo dal prestigio addirittura superiore a quelli dei forti club di Milano e Torino.

 


Studio Nervi & Nebbiosi, Veduta prospettica della Tribuna d'onore, 16 marzo 1930. La prospettiva illustra la slanciata pensilina di copertura della tribuna d'onore, sostenuta da mensoloni di cemento armato il cui sbalzo di 22,50 m. si realizza senza appoggi intermedi

 

Nel 1931-32 il pubblico rispose al richiamo di quel primo campionato nella massima divisione: complessivamente, al torneo assistettero oltre trecentomila spettatori, malgrado il prezzo dei biglietti, alto in rapporto al costo della vita. Tentando di riassumere la storia della costruzione, mediante l’analisi delle delibere del podestà, delle relazioni amministrative, delle perizie tecniche e della contabilità di cantiere, da quando Firenze decise di dotarsi di un nuovo impianto per il gioco del calcio non pare azzardato affermare che lo stadio fiorentino contenga le caratteristiche dell’eccezione rispetto al panorama europeo. E ciò, oltre che per le novità strutturali ed estetiche, soprattutto per la sua particolarissima pianta asimmetrica, funzionale alla particolare disposizione della sua perfetta pista di atletica e certamente anche al senso politico della lettera D, iniziale del termine latino Dux.

 


Lo stadio Comunale inserito nel tessuto viario del quartiere di Campo di Marte
 

In origine vi era la modesta esigenza di dotare il popolare quartiere delle Cure di un campo sportivo regolare. Alla fine del 1929 una delibera podestarile decise l’acquisto di un’area posta tra via Faentina ed il viuzzo della Palancola per la realizzazione di un impianto polifunzionale per il calcio e per l’atletica con tribune in cemento armato. Ma le trattative con la Cappellanìa di San Giuseppe e Sant’Ignazio, proprietaria del terreno prescelto, si arenarono e, nel luglio del 1930, il Comune ottenne dal Ministero della Guerra una porzione dell’area del Campo di Marte, sottoposta al demanio militare, attraverso l’opera di mediazione svolta dal pluridecorato marchese Ridolfi presso le competenti istituzioni e le più alte cariche politiche, sportive e militari. Egli aveva premuto con grande determinazione per la scelta di quella nuova ubicazione. L’area più ampia forniva le necessarie garanzie per realizzare a Firenze uno stadio rispondente ai requisiti richiesti dalle Federazioni sportive per gli incontri internazionali. Ridolfi, stravolgendo radicalmente il semplice progetto iniziale, convinse, uno dopo l’altro, tutti coloro che avevano voce in capitolo a seguirlo nelle sue scelte lungimiranti. I tecnici militari delimitarono la zona concessa con dei paletti e, pare che, dopo tale operazione, Luigi, probabilmente con l’ausilio di qualche dirigente della Fiorentina, si fosse recato nottetempo ad allargare l’area attribuita spostando le dette asticelle di svariati metri al fine di disporre di una superficie ancora più confacente all’ambizioso programma. Il 17 ottobre del 1930 venne approvata la costruzione sul Campo di Marte di “110 metri lineari di tribune in cemento armato completamente coperte” sopra il “progetto presentato dalla Società di Costruzioni Ingg. Nervi e Nebbiosi, che con completa soddisfazione di questo Comune ha eseguito recentemente le tribune in cemento armato al campo sportivo della Società Atletica Giglio Rosso” . I lavori furono condotti con grande celerità in virtù dell’ottima organizzazione di cantiere approntata da Nervi, il quale agiva contemporaneamente da architetto, da ingegnere e da costruttore. La preparazione del fondo per il terreno di gioco, già avviata durante l’estate del 1930, si dimostrò qualitativamente eccezionale grazie all’apporto scientifico della ditta ‘Ing. De Bernardi’ di Torino. Come testimoniato da una scrupolosa lettera inviata a Ridolfi nel maggio del 1932, la citata impresa chiarì di aver ottenuto quanto desiderato attraverso l’uso di “terre vegetali scelte ed opportunamente mescolate ad altro materiale per correggerne la natura in modo da renderle perfettamente adatte ad un campo di foot-ball. Le suddette terre seminate con le opportune miscele di varie ottime semenze hanno prodotto un tappeto erboso consistente ed uniforme il quale garantisce il regolare salto della palla, cosa questa indispensabile perchè possa essere svolto un gioco tecnico e d’intesa”. La tenuta statica ed il drenaggio idraulico del fondo conservarono una perfetta efficienza fino ai lavori per l’abbassamento del terreno di gioco in occasione dei mondiali italiani del 1990. Quel 13 settembre del 1930, in occasione della prima apertura al pubblico del nuovo ed ancora incompleto impianto, tutti si soffermarono ad ammirare sbigottiti l’elemento architettonico più suggestivo: l’audacissima pensilina a sbalzo, scaturita dall’esigenza perfezionistica di eliminare supporti verticali che intralciassero la visibilità.

 


Veduta frontale della Tribuna d'onore coperta dall'audace pensilina progettata da Nervi

 

Il suo slancio elegante ed il suo stile formale, coerente con il rigoroso metodo progettuale di Nervi, derivavano dall’impiego del cemento armato, massimo strumento di plasticità, e dallo schema statico adottato: una serie di mensoloni di oltre venti metri in aggetto, sostenuti da una complessa struttura portante calcolata per evitare gli ancoraggi al suolo. Nei due piani sottostanti la tribuna coperta vennero inoltre ricavati lussuosi servizi per gli atleti e per il pubblico, incluso un ‘atrio d’onore’ per l’accesso alla tribuna delle autorità. Nonostante sia intervenuto in tempi recenti un discutibile prolungamento in ferro della famosa pensilina, la sua immagine complessiva, seppur un poco alterata, resta sempre formidabile e mantiene intatti gli originali caratteri di singolarità. L’anno seguente l’inaugurazione ufficiale Nervi scrisse: “Una bella pensilina o una bella struttura di gradinata debbono nascere tali; non possono tendere a diventarlo cammin facendo con trucchi, camerecanne o finzioni di alcun genere” . In tema di armonia, pare appropriato osservare che sicuramente l’affininità spirituale tra Nervi e Ridolfi dovette influire non poco sulla coerenza dell’impresa e sull’inaudita rapidità dei pur scrupolosissimi lavori. Non è dato sapere se il fondatore della Fiorentina fosse presente con Nervi nel celebre giorno in cui iniziò il disarmo delle strutture dell’ardita copertura: il fegato non gli sarebbe di certo mancato. Le cronache raccontano che l’operazione fu principiata proprio dalle stesse mani dell’ideatore, il quale, non ricevendo aiuto per svolgere quel conclusivo compito dai propri diffidenti carpentieri, provò a tutti, esponendosi personalmente con stile futurista, la bontà dei propri calcoli.

 


Studio Nervi & Nebbiosi, Campo sportivo G. Berta Firenze, maggio 1931. Sezione trasversale in parte quotata delle gradinate e della pensilina
 

 Le tribune delle curve, la leggiadra torre di Maratona e le tre straordinarie scale elicoidali vennero erette l’anno successivo, grazie alla tramontana. Già perchè nel primo torneo di massima divisione lo stadio funzionò senza alcuna difesa contro il fortissimo vento che, in quel luogo aperto, spirava da nord-est verso sud-ovest per molti mesi dell’anno. Il disagio al regolare svolgimento del gioco ed al pubblico che assisteva alle gare poteva venire eliminato soltanto attraverso l’innalzamento di nuove tribune che chiudessero i larghi varchi tra le due parallele strutture esistenti.

 


Studio Nervi & Bartoli, Scala elicoidale, maggio 1932. Disegno esecutivo quotato delle gradinate e della scala elicoidale. Su una delle due travi elicoidali è incastrata, a sbalzo, la rampa vera e propria delle scale, larga 3 m., che porta gli spettatori alla sommità della gradinata, da cui ridiscandere grazie alle scalinate di distribuzione
 

Quale maggiore istigazione a completare il progetto sognato dal nostro mecenate? Ridolfi non perse tempo ed alla data del 13 giugno 1932, grazie all’essenziale assistenza dell’amico ingegner De Reggi, capo dell’Ufficio Tecnico del Comune, aveva giàconseguito dal podestà la pertinente delibera: “L’impresa dell’Ing. Nervi, che ha progettato ed eseguito i lavori della tribuna coperta e di quella scoperta di fronte alla prima, ha presentato il progetto di completamento di quello a suo tempo studiato dalla ditta suddetta, in modo da formare un complesso armonico con quanto fino ad ora è stato eseguito” .

 


Immagine del 1932 durante i lavori di costruzione della Curva Ferrovia

 

Per il secondo lotto di lavori Nervi fu coadiuvato dal suo nuovo socio Bartoli e l’esecuzione fu quanto mai veloce: già l’anno successivo, il 1933, lo stadio era davvero finito con tanto di facciata monumentale dal lato delle tribune. Per questa vennero studiate, non da Nervi ma dal tecnico comunale Giuntoli, alcune manierose soluzioni architettoniche in chiave accademica. Al termine di una breve dialettica prevalse una versione solenne estremamente semplificata: “una serie di paraste raccordate alla sommità dell’aggetto dell’ultima fila di gradinate che nell’avancorpo dell’ingresso d’onore si trasformano in veri e propri pilastri conferendo al prospetto stesso un maggiore aspetto di monumentalità che non contraddice eccesivamente la grande modernità dell’edificio, dove la coerenza costruttiva si fa linguaggio espressivo” . In una lettera privata, l’ingegnere comunale De Reggi, assistente di Giuntoli, ringraziò entusiasticamente Ridolfi per aver accettato il suo modesto aiuto “a compiere ciò che nessuno a Firenze era mai riuscito non solo a fare, ma neanche ad ideare”.

 


Ufficio Tecnico Comunale, "Stadio Berta", 1931. Prospettiva dell'esterno delle gradinate. Si nota la separazione tra i due corpi nel punto in cui dovrà sorgere la torre di Maratona, solo successivamente progettata

 


Studio Nervi & Bartoli, Veduta prospettica della Torre di Maratona dall'esterno, 30 maggio 1932. La prospettiva illustra il dinamismo di una delle tre scale elicoidali esterne sovrastata dalla svettante, esile torre di Maratona, elevata per 55 m. dalla sommità della gradinata, la cui verticalità si contrappone, nel progetto generale, alla orizzontalità volumetrica della tribuna d'onore sul lato opposto

 


La Torre di Maratona vista dalla Curva Ferrovia in una foto del 1933

  

Lo stadio completo, il cui costo finale assommò ad oltre sei milioni e mezzo di lire, poteva contenere fino a quarantacinquemila spettatori, di cui seimila nella tribuna coperta. Le spese per la realizzazione di gran parte del secondo lotto e per l’acquisto di tutti gli accessori concernenti l’illuminazione e la diffusione audio furono sostenute con immensa generosità diretta dallo stesso Ridolfi. La liquidità necessaria, più di due milioni di lire, fu messa a disposizione dall’editore Egidio Favi che si garantì con le fattorie grevigiano di Vitigliano e di Verrazzano.  Si può ben dire che il marchese Ridolfi si accorciò di mezzo Chianti per crescere Firenze. Per compiere quell’opera colossale sacrificò un patrimonio accumulato in quasi sette secoli dal suo nobilissimo casato.

 

Il plastico dello Stadio di Firenze "Giovanni Berta"

 

Ma, incredibilmente, già alla fine degli anni Quaranta, ormai definitivamente impoverito, commissionò a Nervi un nuovo progettò di ampliamento dello stadio per giungere alla capacità di ottantamila spettatori grazie al raddoppio delle tribune. L’idea dell’ingegnere consisteva nel sovrapporre un secondo ordine di gradinate scoperte a quello esistente; purtroppo la morte falciò, con Luigi Ridolfi, anche quei bei propositi. La capienza dello stadio prima dei mortificanti lavori per i mondiali d'Italia del 1990, in conseguenza dei quali l’impianto fiorentino fu l’unico in Italia a subire una riduzione di posti rispetto al passato oltre a patire la grave perdita della pista di atletica, era di circa sessantacinquemila spettatori grazie all’aggiunta di tribune metalliche ove vi era spazio disponibile.

 

 
La Torre di Maratona illuminata durante una fase di gioco in notturna

 

La Torre di Maratona, la cui costruzione fu assegnata il 26 giugno 1931, è esemplificativa di una tendenza e di un linguaggio architettonico ben legato a precisi intenti politico-propagandistici dell’epoca fascista ma, al contempo, non è possibile trascurarne l'oggettiva bellezza e l'agilità delle linee cui la dotata l'arte di Pier Luigi Nervi. L’edificio, realizzato nel 1931, si sviluppa secondo la proiezione telescopica di semplici linee architettoniche che compongono una costruzione a tre piani. Il prospetto anteriore è pausato da livelli che racchiudono, sopra il terrazzo che copre la gradinata, finestroni in vetro bianco che si sviluppano per tutta l'altezza della struttura. Il ritorno alla sua illuminazione notturna, avvenuto nell'estate 2010, ha costituito non solo il simbolo del pieno restauro ma anche della riqualificazione di un impianto sportivo che ha dato e sta dando da quasi un secolo un contributo significativo alla comunità fiorentina. Nel momento in cui Firenze guarda allo sviluppo del suo nuovo polo sportivo attraverso l'auspicata Cittadella Viola, è stato significativo da parte della società viola riportare ai fasti del passato quel gioiello architettonico chiamato Torre di Maratona  attraverso il restauro della sua illuminazione. La sua luce svettante porta il significato di recuperare completamente alla città di Firenze un bene architettonico e paesaggistico unico ed altamente rappresentativo.

 

Autori
Andrea Claudio Galluzzo, Francesco Maria Varrasi, Gianfranco Lottini

 

(13 Settembre 2011)

 

 

 

      
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